Antincendio: i livelli 1, 2 e 3 spiegati con esempi


Se hai sentito parlare di “corso antincendio rischio basso, medio e alto” e poi ti sei imbattuto in un preventivo che parla di “livello 1, 2 e 3”, non hai trovato due corsi diversi: è lo stesso identico sistema, solo con un nome cambiato. Dal 2021 la vecchia terminologia legata al rischio è stata sostituita da questi tre livelli numerici, e nella pratica quotidiana capita ancora spesso di sentirle usare come sinonimi — cosa che, va detto, non crea grossi problemi finché si finisce per scegliere il corso giusto.

Il punto di partenza per capire in che livello rientra la tua azienda non è un’impressione generica su “quanto è pericoloso il mio lavoro”, ma un elenco preciso di attività riportato in un allegato tecnico del decreto che regola la materia. Vediamo come funziona, con qualche esempio concreto per ogni livello.

Come si stabilisce il livello

Il riferimento normativo è il Decreto Ministeriale del 2 settembre 2021, che ha riorganizzato tutta la formazione antincendio in tre fasce di complessità crescente. Per capire in quale livello rientra la propria attività, il datore di lavoro deve confrontare le caratteristiche della propria azienda con gli elenchi di attività riportati nell’allegato tecnico del decreto: un primo elenco descrive le attività di livello 3 (le più complesse), un secondo quelle di livello 2, mentre il livello 1 funziona un po’ come categoria residuale, cioè comprende tutto ciò che non rientra nei primi due gruppi.

Un criterio pratico utile da tenere a mente: se la tua attività rientra tra quelle soggette ai controlli di prevenzione incendi dei Vigili del Fuoco (le cosiddette “attività soggette”, elencate nel DPR 151/2011), nella maggior parte dei casi non conviene assumere di essere in livello 1, perché spesso queste attività ricadono almeno nel livello 2, a meno che le caratteristiche specifiche non facciano rientrare direttamente nel livello 3 — ma è una verifica da fare caso per caso sull’elenco tecnico, non una regola automatica.

Livello 1: il rischio più contenuto

Il livello 1 riguarda le attività dove il rischio di incendio è basso e gli scenari di emergenza sono relativamente semplici da gestire: uffici di piccole dimensioni, negozi non particolarmente affollati, piccoli studi professionali, attività commerciali con superfici e depositi limitati. Il corso dura 4 ore, con una parte teorica sulla prevenzione incendi e una parte pratica sull’uso degli estintori — quest’ultima è stata resa obbligatoria anche per questo livello proprio dal decreto del 2021, mentre in passato era prevista solo per i livelli superiori.

Livello 2: la fascia intermedia, la più diffusa

Il livello 2 è quello in cui rientra la maggior parte delle piccole e medie imprese italiane: ristoranti, alberghi di dimensioni medie, magazzini con una certa quantità di merci stoccate, piccole attività produttive, scuole di dimensioni contenute. In generale, se la tua azienda è soggetta ai controlli dei Vigili del Fuoco secondo il DPR 151/2011 ma non presenta le caratteristiche più critiche elencate per il livello 3, è qui che probabilmente rientri. Il corso dura 8 ore.

Livello 3: le attività più complesse

Il livello 3 comprende le attività a maggiore complessità: grandi stabilimenti industriali, alberghi di grandi dimensioni, ospedali e strutture sanitarie, centri commerciali di ampia metratura, locali di pubblico spettacolo con elevato affollamento, stabilimenti che trattano sostanze pericolose in quantità rilevanti. L’allegato del decreto ne elenca un’ampia serie di tipologie specifiche. Il corso dura 16 ore ed è il più articolato dei tre, con una parte pratica più estesa e contenuti che coprono anche la gestione di scenari di emergenza più complessi, come l’evacuazione di edifici con alto affollamento.

Il quadro riassuntivo

Livello Esempi di attività Durata corso base Durata aggiornamento (ogni 5 anni)
Livello 1 Piccoli uffici, negozi, studi professionali 4 ore 2 ore
Livello 2 Ristoranti, alberghi medi, magazzini, piccole attività produttive 8 ore 5 ore
Livello 3 Grandi stabilimenti, ospedali, centri commerciali, locali con alto affollamento 16 ore 8 ore

Un caso pratico per capire come funziona nella realtà

Prendiamo un piccolo hotel a conduzione familiare con 20 camere, un ristorante interno e una cucina attiva. A prima vista potrebbe sembrare un’attività semplice, ma la presenza di una cucina con fonti di calore, di un certo affollamento di ospiti e il fatto di rientrare tra le attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco (gli alberghi lo sono quasi sempre, indipendentemente dalle dimensioni) fanno sì che questa struttura rientri quasi certamente nel livello 2, e non nel livello 1 come si potrebbe pensare guardando solo il numero di stanze. Un piccolo studio di architettura al piano di un palazzo uffici, al contrario, con nessun deposito di materiali infiammabili e un affollamento minimo, rientra tipicamente nel livello 1.

Questo è il motivo per cui non conviene affidarsi al “sentito dire” o al confronto con un’azienda simile ma non identica: la classificazione dipende da caratteristiche specifiche — affollamento, sostanze presenti, tipologia dei locali — che vanno verificate caso per caso, di solito insieme al proprio RSPP o al consulente che segue la valutazione dei rischi aziendali.


Questo articolo ha finalità informativa e non sostituisce una consulenza specialistica in materia di prevenzione incendi. Per determinare con certezza il livello di rischio della tua attività, rivolgiti a un consulente qualificato o al tuo RSPP.